Sustainability-Lab News > Serico: si può fare di più

 

Serico: si può fare di più
Pubblicato da Aurora Magni il 12/10/2015 - 9 commenti - visualizzazioni: 3702
  Voto    

L’8 ottobre scorso Centro Tessile Serico ha presentato presso l’Unione Industriale di Como il nuovo modello di certificazione del marchio Serico.

Nato nel 2001 per soddisfare un’esigenza di valorizzazione dei prodotti del distretto comasco enfatizzandone il livello qualitativo, il marchio denunciava da qualche tempo di avere il fiato corto rispetto alla crescente richiesta del mercato di prodotti ecologicamente sicuri. Ci fa piacere quindi che la direzione si sia posta l’obiettivo di superare questo limite inserendo tra i requisiti della certificazioni le performances ambientali dei prodotti. Ma ci spiace dire che la strada imboccata da Serico non ci convince.

Nel corso della presentazione i relatori hanno dichiarato di condividere i principi di Detox e di aver assunto la RSL di ZDHC come riferimento. Che è un po’ come dire fare il tifo per il Milan e andare a vedere il derby con la maglia dell’Inter.

Per chi non lo sapesse ZDHC nasce da un gruppo di brand  in polemica con Detox sebbene alcuni Marchi abbiano aderito anche alla campagna di Greenpeace.

La differenza tra i due approcci è semplice.

Detox nasce da un movimento ambientalista che non fa business e ha come principale vocazione la riduzione delle emissioni inquinanti e pericolose, ZDHC nasce da brand che fanno business e che tendono legittimamente a ottenere il massimo del risultato (la reputazione di eco sostenibilità) con sforzi ragionevoli.

Infatti mentre Detox pone l’obiettivo chiaro e inequivocabile dell’eliminazione delle sostanze chimiche tossiche dalle lavorazioni dirette e indirette mediante il coinvolgimento dei propri fornitori, ZDHC tutela i produttori  indicando “la non intenzionalità” della presenza di eventuali sostanze tossiche.

Va da sé che le due posizioni non possano coesistere.

La debolezza di ZDHC paragonato a Detox sta in questo: si accetta l’esistente, non si alza l’asticella per verificare chi davvero è in grado di essere competitivo sul mercato in ragione delle proprie politiche ambientali. Certo, stiamo parlando di strategie volontarie adottate da imprese che già sono a norma con il Reach ma proprio perché volontarie perché non alzare  il livello della sfida, fare in modo che la differenza sia tangibile?

 

I prodotti di un’azienda certificata Serico  non saranno quindi  in sintonia con Detox. Di questo i promotori di Serico sono ben consapevoli tanto che espressioni come “non siamo in grado” “non è possibile” ricorrono spesso durante le relazioni. E forse perché troppo concentrati sulla presentazione della scheda 24  dimenticano di dare una banale ma fondamentale informazione: oltre ai numerosi brand che hanno aderito alla campagna Detox, ad oggi sono  9 le imprese produttrici di tessuti ed accessori tra i detoxleader. Tutte italiane e tra queste due comasche.

I casi sono due: o eliminare le sostanze chimiche tossiche è sì difficile ma non impossibile oppure le 9 aziende hanno fatto greenwashing. Naturalmente noi optiamo per la 1° ipotesi.

Una domanda nasce a questo punto spontanea e riguarda il ruolo degli enti di ricerca e certificazione attivi nel settore tessile e della moda. In un contesto regolamentato dal Reach e già denso di certificazioni (da Oekotex-STeP a Bluesign per citarne un paio internazionali) non è più utile per le imprese avere un supporto nella ricerca piuttosto di un altro bollino blu che le qualifica come “bravine” ma non bravissime?

Ci facciamo una riflessione?

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 12/10/2015
Archiviato sotto opinioni/interviste
Tags

Commenti
Da Luigi Caccia il 15/10/2015 18.22
.....grande Aurora.




Da Marco Ricchetti il 16/10/2015 13.57
Anche da me ... ben scritto Aurora. E' un bene che Seri.co abbia introdotto la dimensione ambientale e chimica nei suoi protocolli. Ma da un territorio leader ci si aspettava in effetti di più. Per continuare sulla metafora di Aurora, è come se una squadra che dovrebbe aspirare a vincere la Champions League (scegliete voi quale secondo la vostra fede) si desse in realtà l'obiettivo di un posto a centro classifica nel campionato italiano ... con l'effetto di far sembrare tutte le squadre da centro classifica delle grandi squadre. Dalla sua nascita ZDHC ha fatto un gran lavoro di analisi, confronto e produzione di documenti e studi ecc., ma come si evince facilmente anche dalla lista dei suoi fondatori e membri, ha l'obiettivo di far migliorare gradualmente la sostenibilità dei fornitori nei Paesi a basso costo, Cina in primis, che attualmente è da "serie B". E' per questo che i suoi standard sono da centro classifica o da zona retrocessione. Può ovviamente essere considerato (lo è) un compito benemerito, ma un po' sorprende che lo stesso standard sia adottato da chi dovrebbe essere un leader in Italia e che proprio su questi temi dovrebbe differenziarsi dai concorrenti cinesi. #sipuofaredipiu

--------------------------------
follow me on Twitter: @m_ricc


Da Dario Garnero il 16/10/2015 16.09
Cara Aurora, dopo la nostra telefonata di lunedì 12 nella quale abbiamo entrambi ribadito le nostre convinzioni, ho letto il tuo articolo riguardante l'incontro di Seri.co di giovedì 8 all'Unione Industriali di Como. Ho troppo stima della tua persona per non rispondere sull'argomento in maniera più formale di quanto non già fatto telefonicamente.
Innanzitutto è bene sgombrare il campo da ogni possibile mal interpretazione: Seri.co ha un suo disciplinare ragionato, verificato e condiviso dalle 52 aziende che hanno aderito al sistema. Non è quello di Detox né tantomeno di ZHDC. Il fatto di comunicare che Seri.co accetta la sfida lanciata da Greenpeace e persegue le finalià di ZHDC vuol semplicemente dire che si condivide la finalità ma non i mezzi e i tempi per raggiungerli. Mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro nell'incontro di giovedì (dove anche tu eri presente)ma non mi sembra di cogliere dal tuo articolo questa fondamentale precisazione, mentre piuttosto noto una tendenza a rimarcare la polemica nata tra Detox e ZHDC, problema che non ci riguarda e dal quale vogliamo stare ben lontani. Se poi il nostro approccio di "produttori" ci vede più vicini ad un sistema piuttosto che a un altro è semplicemente perché, per chi è abituato a confrontarsi sul campo tecnico e produttivo con la realtà quotidiana di mille problemi per la sopravvivenza di una filiera che contribuisce in modo sostanziale a far grande il Made in Italy, non poteva essere differente. Non dimentichiamoci che è molto facile parlare di ambiente, ecologia e sostenibilità (dico "parlare") ma poi è compito dell'impresa portare nella realtà delle cose questi principi! Ti assicuro che nessuna delle aziende Seri.co ha interesse nell'avere il "bollino blu" fine a se stesso e tantomeno concesso da enti di certificazione che vengono pagati per questo. Non è nello spirito e nella finalià del gruppo ma essere giudicate "bravine" oggi è molto più corretto e leale che ritenersi "bravissime" in modo del tutto artificioso e sospetto.
Con affetto come sempre.
Dario Garnero presidente gruppo Seri.co



Da Aurora Magni il 16/10/2015 17.44
Bene, volevamo accendere una riflessione e ci stiamo riuscendo. Ringrazio Dario Garnero per il suo intervento che ben evidenzia come sia sentita nel settore tessile la ricerca di modalità che consentano alle imprese di evidenziare il proprio impegno in campo ecologico. E in ragione di quell’impegno –su questo Garnero ha ragione – sono ben più che “bravine”.
Personalmente vedo la sostenibilità come un processo in progressione e dalle molteplici sfumature, un’azione che non si focalizza solo sull’ecologia ma tocca la responsabilità sociale d’impresa, la gestione della supply chain, la cultura stessa del lavoro e del fare. Ogni passo in avanti è quindi da valorizzare se riduce l’impatto ambientale delle produzioni o migliora la qualità della vita delle persone.
Ben venga quindi anche il lavoro che sta svolgendo Serico perché certamente –ne sono talmente convinta da averlo dato per scontato nel mio post- contribuisce a rendere più sostenibile la moda e il tessile in generale. Da un centro di ricerca che ricopre una posizione di leadership in particolare sui materiali serici ci saremmo aspettati più coraggio nell’alzare il livello degli obiettivi. Proprio in ragione delle concrete e conosciute difficoltà che abbiamo nell’eliminare alcune criticità ambientali nei processi produttivi. Difficoltà che richiedono uno sforzo sinergico tra le imprese, i centri tessili, i produttori chimici. E’ in grado Serico di farsi carico di questo approccio supportando le aziende che vogliono accettare le sfide più impegnative ragionando in termini di eliminazione totale? E’ proprio quello che ci auguriamo.
E’ una domanda che naturalmente indirizziamo a tutti i laboratori e i centri ricerca del nostro comparto.




Da Dario Garnero il 17/10/2015 09.52
Bene Aurora
Seri.co da solo non riuscira' certamente a farsi carico e risolvere tutte le criticita' del nostro settore ma vedrai che tutti insieme ce la faremo!
Baci
DARIO



Da Mafalda Mafalda il 18/10/2015 14.15
Scusate, sto cominciando a non capire. Ma io come consumatrice e cittadina attenta all'ambiente avrò o non avrò un vantaggio? C'è o non c'è un passo avanti?



Da Luigi Caccia il 19/10/2015 20.57
Purtroppo nessun vantaggio fino a quando qualsiasi organizzazione o ente certificatore sará colluso con i grandi brand.
Glie lo dico da produttore. Nessuno vuole cambiare le consuetudini ma tutti vogliono usare le parole "sostenibilitá e ecologia".
Il Detox commitment invece da delle linee guida nette e definitive, o ne sposi la filosofia e adatti la tua produzione o sei fuori. Il resto è Greenwashing....
Daltronde quando nel 2012 Greenpeace invase pacificamente lo stand Wolksvagen durante la presentazione della Golf7 stava facendo un favore ai consumatori ma, soprattutto a Wolksvagen stessa. Viste le conseguenze economiche disastrose che oggi Wv dovrà pagare.




Da Marco Ricchetti il 20/10/2015 08.15
Gigi Caccia ha pienamente ragione sui punti che opportunamente ci ricorda.
Il primo è il parallelo con il caso Wolksvagen (grazie per averlo introdotto nella discussione), che ci dice molto riguardo al fatto che per una azienda che abbia una visione lungimirante la scelta di aderire a standard di sostenibilità ambiziosi "conviene", in particolare ai grandi marchi, in relazione ai grandi rischi (e costi) a cui si espone invece con scelte di non sostenibilità.
Il secondo riguarda la necessità di sposare una filosofia con "linee guida nette e definitive" mentre "il resto è greenwashing". Basta fare una ricerca con il termine "dieselgate" su Google per scoprire che Wv ha promosso le sue auto negli USA sotto l'etichetta di Cleandiesel. Oltre il danno anche la beffa. Si possono muovere critiche al Detox committment e alle imprese che lo hanno assunto, ma l'impegno proposto da Greenpeace ha un valore aggiunto fondamentale: richiede alle imprese TRASPARENZA. Le imprese impegnate sono tenute a presentare pubblicamente a tutti i consumatori di tutto il mondo i loro risultati, attraverso la pubblicazione dei test effettuati sui loro prodotti e sulle loro acque di scarico. Non è un caso se le critiche di Greenpeace sul protocollo di Seri.co non si sono concentrate sulla lista delle sostanze o sui limiti di rilevabilità ma sull'assenza di ogni riferimento al "Right to know", al diritto dei cittadini e consumatori di sapere ed essere informati. In una parola sul valore della TRASPARENZA. Un corollario di questo ragionamento è che la sostenibilità quasi sempre è un processo graduale, non è possibile ottenere il 100% di sostenibilità dall'oggi al domani, difficile ed esposto a errori, ma necessariamente richiede di sposare completamente una filosofia, oppure "sei fuori", come dice Caccia.

--------------------------------
follow me on Twitter: @m_ricc


Da Fabio Guenza il 21/10/2015 10.02
Sempre per rispondere alla domanda sui vantaggi per il cittadino-consumatore, c’è un secondo aspetto altrettanto importante quanto la trasparenza, specialmente considerando la marea di informazioni dell’epoca di internet, che rischia di travolgere il singolo: la rappresentanza. Vale naturalmente per Serico come per qualsiasi altra iniziativa che abbia a che fare con la sostenibilità: chi dà credito al suo valore? Chi ne garantisce la credibilità (e non sto parlando dell’ente certificatore, ma prima ancora dello standard)? Chi tutela gli interessi di quelle categorie di persone a cui essa sostiene di rivolgersi? Quando uno standard è fissato in autonomia dal mondo industriale, il rischio è che diventi autoreferenziale, e spesso ancora meno trasparente. E questo rischio è ancora più pronunciato per le aziende del B2B, in quanto non hanno a che fare direttamente col consumatore. Questo è uno dei motivi fondamentali per i quali siamo orgogliosi di aver aiutato le aziende tessili a poter sostenere pubblicamente il loro impegno per la sostenibilità di fronte a un “watchdog” come Greenpeace.



Bisogna effettuare il login per poter lasciare un commento.

Attenzione: Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L’autore del blog non è responsabile del contenuto dei commenti ai post, nè del contenuto dei siti linkati. Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog sono tratti da internet e, pertanto, considerati di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi.
    
Rss Rss
Archivio blog