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Seta nei compositi per l’automotive
Pubblicato da Aurora Magni il 04/04/2019 - 0 commenti - visualizzazioni: 597
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Il ricordo va subito alla Cannabis Car, l’automobile in canapa studiata e realizzata nel 1941  da Henry Ford ma mai prodotta industrialmente. Questa è però la prima volta che sento parlare di seta non nei rivestimenti o nei sedili ma nella componente strutturale di automobili. Il progetto, citato nella rivista on line di Jec Composities, è stato sviluppato da un ricercatore dell’Università di Houston Clear Lake (UHCL),Youssef Hamidi. Alla base, le stesse motivazioni che probabilmente suggerirono a Ford di puntare su materiali alternativi al metallo: ridurre il peso della vettura per risparmiare carburante (a dire il vero la Cannabis Car andava ad olio di canapa e sono in molti a imputare la sua mancata produzione all’opposizione dell’industria del petrolio in forte espansione in quegli anni).

Comunque sia Hamidi pensa che le auto del futuro possano essere fatte in seta ed adeguarsi così agli standard che le automobili statunitensi dovranno rispettare entro il 2025. Ma perché proprio in seta?

Tradizionalmente, i compositi consistono in resine rinforzate con fibre di carbonio o di vetro che risultano però essere costose e  facilmente frantumabili, caratteristica che conferisce al composito un certo grado di fragilità. Da alcuni anni si è tornati a parlare di fibre vegetali - cotone, juta, canapa e altri - nel tentativo di creare materiali compositi da materiali sostenibili e biodegradabili ma anche in questo caso le proprietà meccaniche possono rivelarsi deludenti in termini di resistenza agli urti, capacità di sopportare stress, sforzi, deformazioni e altri fattori. Ecco allora spiegato l’interesse per la seta.

In quanto fibra continua particolarmente resistente  può sostituire l’acciaio in molteplici contesti. Secondo Hamidi tra le sue proprietà ve ne sono infatti alcune che renderebbero in composito meno fragile in caso di impatto rispetto a quelli tradizionali: resistenza alla trazione e l’allungamento alla rottura. Lo studio di Hamidi è a buon punto ma non concluso. Il ricercatore ha infatti identificato la struttura ideale che il tessuto deve avere ma non ha ancora risolto l’adesione della resina alla struttura tessile in fase di stampaggio e la formazione di bolle d’aria che indeboliscono la struttura. Staremo a vedere.

Fonte: http://www.jeccomposites.com/knowledge/international-composites-news/university-houston-clear-lake-researcher-experiments-silk


  
Pubblicato da Aurora Magni il 04/04/2019
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