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Sostenibilità e reputazione ai tempi della crisi – segnali contraddittori dal mercato
Pubblicato da Fabio Guenza il 11/05/2012 - 0 commenti - visualizzazioni: 3664
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Prima la buona notizia: 100 milioni di tonnellate di CO2 in meno in 12 anni grazie ai Climate Savers del WWF. A rappresentare l'Italia il gruppo Sofidel (Asciugoni Regina), unica tra le 27 imprese impegnate nel mondo nell'iniziativa.

E Nike l’unica impresa della moda. Eppure tanto ci sarebbe da investire e ottenere da questo genere di impegni, come si legge nell’interessante articolo che Vita oggi dedica alla notizia: “Sofidel ha investito ad oggi più di 18 milioni di euro. Gli interventi sono andati dall’incremento dell’utilizzo delle fonti rinnovabili, al miglioramento dell’efficienza di impianti e attrezzature, all’investimento in impianti di cogenerazione” dichiara l’AD Luigi Lazzareschi.

Quanto a Nike, rimbalza quotidianamente tra la “lista dei buoni” e quella dei “cattivi”: “Salari da fame per gli operai che cuciono gli abiti di atleti e volontari di Londra 2012” è il titolo di un articolo del Corriere della Sera di soli tre giorni or sono. Secondo una denuncia di Abiti Puliti/Playfair 2012 campaign, infatti, continuano a rimanere a dir poco critiche, anche in funzione di un evento simbolico come le Olimpiadi, le condizioni della filiera di fornitura dell’abbigliamento, nello specifico di quello sportivo. In questo caso Nike sarebbe in… cattiva compagnia, insieme a brand come New Balance, North Face, Columbia Sportswear Company, Next, Nike, Speedo e Ann Taylor. Eppure il gruppo VF Corporation (Timberland, Lee, Wrangler, Napapjri…), al quale fa capo North Face, si è distinto più volte in positivo, sia sugli aspetti ambientali che su quelli sociali (vedi l’endorsement proprio sul sandblasting, altro “cavallo di battaglia” di Abiti Puliti, di cui abbiamo già dato notizia in precedenza in questo blog).

Al netto della dimensione e della complessità del tema e delle filiere, che rendono arduo un monitoraggio su vasta scala da parte delle imprese di tutte le criticità, cosa significano questi segnali apparentemente contraddittori? Non è pensabile che oggi gruppi così strutturati non abbiano previsto un approccio complessivo nel proprio modello organizzativo e nelle proprie strategie, tale da coprire adeguatamente le differenti aree di rischio.

Non sarà allora che nello scenario attuale di crisi i temi sociali tendono a essere considerati secondari rispetto a quelli ambientali? E se questo è vero, da cosa dipende? Dal fatto che sull’ambiente gli investimenti hanno un ritorno anche economico più o meno immediato, e sul sociale meno? Forse che sull’ambiente c’è un ritorno sia reputazionale che economico diretto (diminuzione di costi futuri a fronte di investimenti attuali) mentre sul sociale le campagne di denuncia non arrivano (più) a minare brand value e vendite, in tempi di crisi?


  
Pubblicato da Fabio Guenza il 11/05/2012
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