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Sviluppo economico, criminalità organizzata e lavoro nero
Pubblicato da Redazione Blumine il 30/06/2010 - 0 commenti - visualizzazioni: 4978
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L’idea che l’illegalità in fatto di lavoro e la mancanza di sicurezza dei lavoratori siano “faccende da 3^ mondo” è una vera illusione. In una delle aree in cui il lavoro regolare è maggiormente protetto al mondo grazie alla legislazioni  e ai  contratti, qual è per molti versi il nostro paese, il fenomeno dell’ irregolarità non è marginale o solo relegato ai mondi descritti da Saviano.

E’ quanto emerge dalla studio presentato il 30 giugno scorso a Roma da Ires, l’istituto di ricerca della Cgil nell’ambito del progetto ministeriale “Inregola”.  La ricerca condotto nazionalmente, ha avuto come focus Milano, Venezia, Roma, Napoli e Bari, province indagate soprattutto per individuare esperienze di emersione dall’irregolarità o di prevenzione tali da essere proposte come buone prassi.

 Secondo l’Istat sono 3 milioni in Italia le persone che lavorano in modo irregolare ma è solo una stima: come fare a monitorare i lavoratori clandestini occupati nei cantieri, nei mercati, in agricoltura o nei laboratori irregolari del made in Italy? E come quantificare il lavoro “grigio” : le ore pagate fuori busta, le occupazioni non regolari dei cassintegrati, le finte partite iva e i finti stage? Un fenomeno che ha effetti economici pesanti non solo perché sottrae ingenti risorse al welfare ma per gli aspetti culturali che introduce. Si legge infatti nel rapporto che  è orami ben radicata “l’idea che non vi sia vantaggio nell’ operare regolarmente, né da parte dei lavoratori appesantiti dagli oneri fiscali e dalle ritenute, né da parte delle imprese a cui non solo preme contenere i costi ma anche (e talvolta soprattutto) poter gestire il personale con maggiore flessibilità licenziandolo al termine dei periodi di espansione produttiva per riassumerlo nelle fasi di ripresa o modificando orari di servizio per assecondare i tempi di produzione imposti dal mercato e dalla committenza”.

In altre parole il lavoro irregolare in Italia è strutturale al modello economico.  

Quanto costa il lavoro irregolare allo stato?

L’Istat stima che l’economia sommersa nel solo 2006 sia quantificabile tra i 230 e i 250 miliardi di euro pari al 16% del Pil di quell’anno. Ed è difficile immaginare un ridimensionamento quantitativo negli ultimi anni. In termini di evasione fiscale, sempre secondo stime ministeriali, il 24% del reddito nazionale prodotto non è stato dichiarato al fisco. Per dare un’idea dell’espansione del fenomeno: la struttura della vigilanza sul lavoro dell’ente previdenziale, in 6 anni, dal 2003 al 2008 ha individuato 408 mila lavoratori in nero ma, dicono gli stessi funzionari, si tratta solo dell’iceberg del fenomeno.

Non sorprende che il sommerso torni di attualità nelle fasi di crisi e stimoli misure di regolazione (come lo Scudo fiscale varato dal Governo a fine ottobre 2009): il lavoro irregolare è da sempre una specie di giacimento inesplorato di cui ci si ricorda nei momenti di maggior criticità. Ora, le sanatorie, si legge nel rapporto (come quella delle badanti del 2009) possono anche consentire una parziale emersione ma le strategie di prevenzione e contrasto devono essere più articolate e intervenire su tutti gli aspetti del problema.

Il peso della criminalità organizzata nell’economia ufficiale

A partire da mafia, ‘ndrangheta e camorra che non sono più solo quelle dei regolamenti di conti e degli attentati. “Utilizzando gli ingenti proventi delle estorsioni e del traffico di stupefacenti – si legge a pag. 49- si è manifestata una massiccia penetrazione nell’economia legale, con drammatici effetti distorsivi sul sistema delle imprese e sulle possibilità di sviluppo economico. La generale compressione dei conflitti tra gruppi criminali, con la sola rilevante eccezione dell’area urbana di Napoli, è indubbiamente funzionale ad una tendenza progressiva all’inabissamento, condizione necessaria per poter portare a compimento il travaso di risorse nell’economia legale, esercitando una capacità di infiltrazione  nella gestione degli appalti pubblici e di condizionamento delle amministrazioni locali”.

In concreto le pressioni della criminalità di stampo mafioso si concretizzano in comportamenti nuovi, ed estremamente pericolosi, quali:

  • un pesante coinvolgimento di politici e di pubblici funzionari non solo per gestire le diverse fasi di manipolazione illegale degli appalti ma anche per accertare eventuali attenzioni investigative in corso e adottare contromisure,
  • la messa in campo di nuove professionalità all’interno dei gruppi criminali, diverse dalle generazioni procedenti e dotate spesso di formazione elevata.

Insomma la mafia veste Prada. E vuole condizionare l’economia, partecipare al business. La prova è nelle indagini sulla movimentazione della terra, sull’ecomafia, sugli appalti, sugli ortomercati.E per quanto l’organizzazione criminale sia fortemente radicata nei territori d’origine si sposta nelle aree a maggior business. Milano, ad esempio, con i suoi 15 mila cantieri aperti ed Expo 2015 è una torta troppo interessante. E gli effetti di questa strategia non sono solo l’inquinamento diretto degli appalti, lo sfruttamento di migliaia di persone  costrette al ricatto e all’irregolarità, ma si concretizzano anche nel rendere l’Italia poco o nulla interessante per investitori stranieri e nazionali regalandola ad un futuro di declino economico.

Crisi e lavoro nero

L’irregolarità si espande nei periodi di crisi, non fosse altro perché si rendono disponibili sul mercato fasce di popolazione impoverite e preoccupate che accettano condizioni penalizzanti pur di lavorare. E la crisi del 2008-2009 ha consegnato un’Italia più povera, più sfiduciata. Lo dimostrano le risposte di 2.700 lavoratori intervistati nel corso dello studio e chiamati ad esprimersi sul tema. Il 16,40% degli intervistati  ritiene che il lavoro nero sia molto aumentato con la crisi e il 44,30%  lo ritiene  aumentato a cui si aggiunge un 28,40% che considera l’effetto crisi ininfluente. Solo il 5,5°% pensa sia diminuito. Tra  gli intervistati molti hanno svolto o svolgono lavori irregolari o hanno ricevuto proposte in tal senso. E se non è lavoro nero è lavoro grigio e non riguarda solo i lavoratori  classicamente legati al fenomeno (gli immigrati usati dai caporali per la raccolta di pomodori o in cantiere, la colf o il facchino dell’ortomercato) ma riguarda anche il cosiddetto lavoro intellettuale e l’economia degli eventi: coinvolge giovani laureati, stagisti e precari. Altro che terzo mondo.

 

 

“Emersione e Legalità per un lavoro sicuro quali fattori di sviluppo per l’impresa. Governance della crisi: il contrasto alle illegalità come condizione per un nuovo sviluppo” (Mauro Di Giacomo, Daniele Di Nunzio, Aurora Magni, Elio Montanari,Stefano Palmieri, Clemente Tartaglione,) Ediesse Roma, 2010  www.inregola.it

  


  
Pubblicato da Redazione Blumine il 30/06/2010
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