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Tingere il denim con minor impatto ambientale
Pubblicato da Aurora Magni il 27/04/2018 - 0 commenti - visualizzazioni: 1924
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Partiamo dall’indaco, un antico  colorante usato da secoli derivato per via microbica durante un processo fermentativo da  una pianta erbacea  conosciuta come “guado” o “gualdo”. Come noto all’uso dell’indaco vegetale si è andato sostituendo a partire dal XIX secolo l’uso di coloranti sintetici funzionali alle crescenti esigenze dell’industria  del jeans.

E’ del 2012 lo studio ‘Implementation of a biotechnological process for vat dyeing with woad’[1] finanziato dalla Regione Marche nell’ambito del progetto “Valorizzazione e rilancio della coltivazione del guado (Isatis tinctoria) nel territorio marchigiano”. I ricercatori definirono ‘un metodo per utilizzare il il guado come fonte di indaco, al fine di eliminare l’uso di agenti riducenti chimici inquinanti. Nello specifico, si legge ‘ due mezzi di crescita minimi contenenti estratto di lievito o “corn steep liquor” (sottoprodotto della lavorazione del mais) sono stati valutati per la loro capacità di sostenere lo sviluppo e l’attività riducente del ceppo DSM 15098di Clostridium isatidis, un microrganismo naturalmente presente sulle foglie di guado e capace di ridurre l’indaco insolubile a leuco-indaco. Successivamente, è stata valutata la capacità tintoria, attraverso fermentazione in bioreattore da laboratorio in condizioni anaerobiche o microaerofile, del mezzo contenente corn steep liquor addizionato con 140 g L- di polvere di guado contenente 2.4 g L-1 di indaco. In tutte le fermentazioni condotte è stato raggiunto un potenziale ossido-riduttivo sufficientemente negativo per la riduzione dell’indaco a leuco-indaco in meno di 24 ore, tale potenziale è stato inoltre  mantenuto fino al termine del periodo di monitoraggio. Una riduzione maggiore di indaco è stata osservata nelle brodocolture fermentate in stretta anaerobiosi, suggerendo l’opportunità di introdurre azoto per aumentare l’efficienza della riduzione di indaco realizzata per via microbica.’

Più recente e citata da Ecotextile (marzo 2018) la notizia che i ricercatori dell'Università della California hanno  sviluppato un colorante indaco biosintetico derivato da enzimi prodotti dai batteri, che evita  l’utilizzo di sostanze potenzialmente pericolose utilizzate nella sintesi del colorante indaco. Il nuovo metodo microbico utilizza un enzima combinato con batteri di E. coli geneticamente modificati per stabilizzare una molecola precursore dell'indaco chiamata indoxyl collegandola a una molecola di zucchero . Durante il processo di tintura, un diverso enzima si trasforma quindi in colorante agendo direttamente sulla fibra di cotone.

Ma ci sono anche le tecnologie.

Senza dimenticare il costante lavoro di ricerca della vicentina Tonello, è utile infine ricordare che durante l’edizione di Itma 2015 DyStar e il costruttore tedesco di macchine tessili RotaSpray, presentarono un metodo per tingere il denim non mediante bagno ma spray, una soluzione adatta in particolare a lavorazione di piccoli lotti o di capi personalizzati. Ricerche recenti avrebbero reso il metodo ancor più interessante grazie alla riduzione di agenti riducenti aggressivi.

Dal canto suo la spagnola  Jeanologia  (che si definisce un’azienda di fashionisti e tecnocrati) ha dichiarato di aver registrato un risparmio sensibile di consumi idrici della supply chain  grazie all’introduzione di soluzioni alternative ai finissaggi tradizionali: laser, uso di ozono e e-flow (tecnologia per il trasferimento al tessuto  degli agenti chimici mediante aria) e di immaginare per il 2025 una tintura del denim a 0 consumi idrici. Fonte: https://www.jeanologia.com

 

 



[1] Andrea Osimani, Lucia Aquilanti, Gessica Baldini, Gloria Silvestri, Alessandro Butta, Francesca Clementi, Journal of Industrial Microbiology and Biotechnology, 39:1309–1319

 

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 27/04/2018
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