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Una lacrima di blu
Pubblicato da Aurora Magni il 31/07/2012 - 1 commento - visualizzazioni: 4402
  Voto    

Un libro è qualcosa di più di un insieme di pagine da leggere. Racchiude la storia e la visione di chi l'ha scritto e, nei casi più interessanti, lascia trasparire i sentimenti e la cultura del contesto in cui è nato. Luigi Giavini ha fatto di questa capacità una vera arte. I suoi libri sono come stazioni di un viaggio iniziato anni fa nel mondo tessile lombardo e (ci auguriamo di cuore) ancora non concluso. Una  lacrima di blu è il suo ultimo lavoro e suggerisco di leggerlo all’interno di questo flusso di idee, ricordi e riflessioni che non cadono mai nella retorica ma aiutano a dare corpo a una società, quella del lavoro tessile nelle sue mille sfaccettature, ancora viva e pulsante.

Chi conosce il lavoro di Giavini non può non ricordare “Raso da otto, una storia cotoniera infinita” pubblicato nel 1999, o “Trama e ordito di una città” del 2006, “La fiaba del cotone. Viaggio nel mondo fantastico di marchi, segni e etichette del XIX secolo” dell’anno successivo e “Il colore dell’Aurora. La rivoluzione cromatica della chimica moderna” edito solo due anni fa. A questi lavori si aggiungono  altri libri sulla storia, la cultura e la lingua bustocca (per evitarmi guai non userò l’espressione dialetto). Una produzione considerevole in cui la cura per la ricerca storica, il rispetto delle fonti documentali, la competenza tecnica, vengono proposti  con una  apparente leggerezza poetica che rende piacevole la lettura senza mai cadere nel banale o nel pre-giudizio. Perché Giavini scrive come se scrivere fosse facile come camminare  (e considerando che stiamo parlando di un chimico industriale la cosa un po’ sorprende), alternando ricordi e aneddoti a dati storici, dandoti l’impressione di scoprire con lui documenti rari, perle di una antica società contadina e industriale in cui i protagonisti prendono vita in un dialogo con il presente che “aiuta a capire”, a riconsiderare le nostre vicende in un flusso più ampio. Perché l’industria tessile, dagli albori medioevali “tante ne ha viste e tante ancora ne vedrà”.

Chi non ha letto e guardato (perché i testi sono sempre accompagnati da bellissime immagini) i libri del Luigi (noi lombardi davanti ai nomi facciamo fatica a non mettere l’articolo, portate pazienza) ha perso bei momenti, ma anche occasioni di riflessione.

E veniamo a Una lacrima di blu.

Dirò subito che si tratta di una lettura un filo impegnativa per chi non è di Büsti Gràndi  (anche per me , lo ammetto) perché l’idea di base dell’autore è raccontare la cultura del lavoro e di un territorio attraverso una lingua tutt’ora in uso, le cui espressioni e vocaboli sono nati intorno alle macchine, ai materiali tessili e alle operazioni eseguite negli stabilimenti e consolidati in secoli di manualità e conoscenze. Non ne avrà forse i requisiti accademici ma il rigore metodologico con cui i contenuti sono esposti lo rende un saggio di antropologia culturale, e come tale suggerisco di considerarlo.

Le frasi citate da Giavini non sono infatti solo interessanti perché mostrano come pratiche manuali e nomenclature tecniche filtrino nella quotidianità dei modi di dire sopravvivendo al tempo anche se pochi ormai ne sanno individuare l’origine letterale, ma perché sono dense delle rappresentazioni del reale, dei valori  tipici di un’epoca e di un contesto sociale.  Sono ancora vive proprio perché condensano emozioni e sentimenti, ne rappresentano in qualche modo il controllo e la legittimazione.  Espressioni come Vèssi aspu e fièl (essere culo e camicia) sono semanticamente interessanti (lo è il richiamo meno intuitivo, all’aspo) ma sono interessanti perché trascrivono stati d’animo, modi di intendere la vita e le relazioni. E che dire di Ball ga n’è mia? O del tutt’ora in auge A ti sé nassü in dul bumbasu sei nato nella bambagia ( del cotone of course)?  E poiché i segni (le parole) non sono mai neutrali ma scelti e usati per definire identità e sottolineare differenze, la caratterizzazione sociale e culturale di un territorio (la Lombardia tessile ma il concetto può essere esteso ben oltre i confini geo-amministrativi) passa anche da lì, dalle parole scelte per esprimersi.

Si capisce allora la commozione con cui Giavini sceglie la  definizione “lacrima di blu” per raccontare non solo il lavoro del tintore che aggiusta un colore per ottenere il campione desiderato ma la sapienza e l’abilità sublimi di chi quella correzione la sa fare ad occhio affidando alla sua esperienza il successo e la qualità del lotto in lavorazione. Espressioni come “lacrima di blu”, “na gügiá da saén” (letteralmente: una gugliata di sereno) sono  state  registrate dall’autore parlando direttamente  con i tintori, ma la meraviglia è che  ne compaiono di simili nel "Trattato del'Arte della Seta in Firenze del xv sec": "dalli una gemma di verde" oppure "un velo di rosso”.

Parole e modi di dire che consegnano la tecnica e il lavoro alla poesia e danno la misura di quel che stiamo perdendo insieme ai telai che battono  (ma a Busto si dice girano per via delle cinghie di trasmissione che non ci sono più nelle fabbriche ma restano nel gergo ) se non si arresta il processo di deindustrializzazione a cui qualcuno ritiene che l’industria tessile sia ormai votata. 

 

Ed ecco che il messaggio del libro emerge più nitido.

Perché Una lacrima di blu è sì un libro culturale ma anche –per chi lo vuol cogliere- una sorta di manifesto, un’alzata di orgoglio da parte di un territorio e di un sistema industriale che tante ne hanno viste e tante ne hanno fatte.  Orgoglio e incazzatura (forse Luigi mi dirà come tradurre questo termine in bustocco) là dove ad esempio scrive “ho scoperto che in questo 2012 dalle scuole e dalle università della Turchia usciranno circa 5000 periti e ingegneri tessili, mentre nella nostra Italia i laureati saranno 7. Non ho perso tempo a verificare l’esattezza dei dati, se non solo 5000 saranno 4800, il 7 può diventare 20: la proporzione non cambia… Istituzioni, politici, saloni della moda: dove siete? Si parla di corsi di formazione ma come possono sopperire ad anni di istruzione, di laboratori, di sapienza tessile? Non sarebbe il caso di ripensare alle Scuole di Arti e Mestieri di secolare memoria?” Perché, su questo Giavini non ha dubbi e per questo lo ringraziamo: non c’è sviluppo industriale senza cultura e conoscenza.

Da dove nasce Una lacrima di blu?

Forse avrei dovuto dirlo prima ma un po’ di suspance ci stava bene. Da un quaderno/agenda nera  (simile ad una nostra moleskine) fitto fitto di appunti e ricette e campioncini di tessuto ormai stinti e layout di cicli di produzione che un giovane imprenditore bustese, Giuseppe Azimonti, classe 1876, raccolse con meticolosa cura. Non pensava certo che uno strumento di lavoro diventasse, tanti anni dopo un best seller e, forse,  un’occasione per rinsaldare i ranghi.  

Per chi ha voglia di approfondire e parlarne l’appuntamento è alla presentazione di Una lacrima di blu, domenica 23 settembre 2012  alle 11 a Busto Arsizio (sopra la Biblioteca Boragno)

  


  
Pubblicato da Aurora Magni il 31/07/2012
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Commenti
Da Aurora Magni il 19/05/2013 13.48
16 maggio 2013: Una Lacrima di Blu ha vinto il Premio Speciale della Giuria del concorso Biella Letteratura. Complimenti Luigi!



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