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Una nuova bioplastica presentata a BioinItaly
Pubblicato da Aurora Magni il 26/04/2015 - 1 commento - visualizzazioni: 4025
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"Mogu" ( fungo in cinese) è uno dei progetti presenti  a "BioInItaly Investment Forum & Intesa San Paolo StartUp Initiative", l'iniziativa organizzata da Assobiotec e Intesa San Paolo il 21 e 22 aprile scorso a Milano per presentare i migliori progetti biotech italiani agli investitori italiani e stranieri.

Mogu trasforma  rifiuti alimentari in oggetti di design, grazie ai funghi, ed è un progetto nato dall’unione da due start up,  l’olandese Mycotirial e l’italiana Mycoplast  animata da giovani ricercatori  Federico Maria Grati, Stefano Babbini, Natalia Piatti e Maurizio Montalti.  La nuova bioplastica è uno dei sette selezionati dalla Global Social Venture Competition, il premio internazionale ideato dall’Università di Berkeley e ha ricevuto la menzione speciale “per l’economia circolare”, conferita dalla Italeaf di Terni, l’acceleratore di business per imprese e startup nei settori dell’innovazione e del cleantech.

“I biopolimeri ottenuti da rifiuti agricoli e funghi – ha spiegato  Federico Maria Grati – sono stati sviluppati durante gli ultimi 10 anni e hanno trovato alcune applicazioni commerciali negli Stati Uniti, soprattutto nel campo del packaging. Il vantaggio della bio-plastica prodotta attraverso i funghi è di essere economicamente competitiva rispetto a polistirene e poly-foam. La nostra plastica Mogu ha anche un valore ambientale perché è realizzata con scarti di produzioni locali, il processo di lavorazione è totalmente naturale e avviene a freddo, il materiale ottenuto è 100% compostabile”.

Si tratta di un processo circolare che sfrutta le caratteristiche delle diverse tipologie di scarti recuperati nei diversi contesti locali: la coltivazione dei funghi, infatti, può essere diversa a seconda del proprio ambito produttivo e mirata alla trasformazione di paglia,  grano o di riso, della lolla di riso, segatura, fondi di caffè, bucce di pomodoro o d’uva… L’idea è nata dall’incontro con Maurizio Montalti, concept designer e fondatore di Officina Corpuscoli ad Amsterdam e trae ispirazione dagli studi del professor Han Wörsten dell’Università di Utrecht.

 

La facile e rapida crescita dei funghi viene ottimizzata da specifiche selezioni allo scopo di individuare quelli più adatti a riciclare  le biomasse di scarto, non sempre di facile smaltimento. Il processo, dichiarano i ricercatori, ha caratteristiche quasi  artigianali: una volta sterilizzati gli scarti alimentari per eliminare altri microrganismi che potrebbero entrare in competizione con il  fungo, si introducono le spore del micete e si lasciano crescere per una decina di giorni. Il materiale ottenuto viene tritato e stampato nella forma desiderata, poi essiccato in stufa per devitalizzare il fungo.

Il risultato è una plastica vellutata al tatto, flessibile, leggera, resistente agli urti, all’acqua e al fuoco, poiché i funghi sono composti da chitina, lo stesso biopolimero che troviamo nell’esoscheletro di insetti, granchi e gamberetti e recentemente utilizzato anche nell’industria tessile sotto forma di kitosano.

Le applicazioni del materiale sono praticamente infinite e comprendono tutto ciò che è realizzato in plastica  con il vantaggio di non inquinare.

Mogu è ora in fase di prototipizzazione ma il piano industriale di Mycoplast per i prossimi cinque anni prevede la realizzazione di uno stabilimento pilota, dove si cominceranno a produrre circa 10mila pezzi all’anno fino alla vera produzione industriale con circa 1 milione di pezzi all’anno e la vendita di licenze.

Una storia destinata ad avere successo? Ce lo auguriamo. Come ricordato da Il sole 24ore (10 marzo 2015) “la produzione di plastica in tutto il mondo ammontava a 288 milioni di tonnellate nel 2012, ed è stato stimato che circa la metà dei rifiuti di plastica è stivato nelle discariche. Europa e Nord America rimangono destinazioni calde per la ricerca e lo sviluppo. Il mercato delle bio-plastiche crescerà infatti da circa 1,4 milioni di tonnellate di produzione annuale del 2012 a circa 6,2 milioni di tonnellate del 2017.”

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 26/04/2015
Archiviato sotto studi/ricerche

Commenti
Da Paolo Broglio il 27/04/2015 10.37
Una bioplastica veramente ecosostenibile! Il recupero di scarti organici deve essere la sola fonte da cui estrarre bioplastiche; mais ( modificato o meno ), farine di vario tipo o comunque cereali devono essere riservate all'alimentazione animale ( uomo compreso ). E' infatti inconcepibile contrabbandare come "ecosostenibile " una filiera che vede alla propria base l'utilizzo di cereali ed avere anche riconoscimenti internazionali! Le vere bioraffinerie sono quelle che utilizzano avanzi vegetali, scarti di lavorazione come paglia e pula di riso o piante " marginali " come "la canna dei fossi " ( Arundo Donax o Phragmites Australis ). Stampa e media unitamente ai decisori politici non avendo strumenti per comprendere e valutare accomunano le bioplastiche e la loro produzione in un unico comparto commettendo un grande errore.Occorre invece discriminare e concedere aiuti ed agevolazioni solo a chi non " spreca" risorse importanti ma utilizza ciò che nessuno vuole destinato altrimenti ad essere abbandonato o messo a discarica.



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